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Frana di via Napoli, il dirigente scolastico chiude la scuola Mario Mazza. Ferrante: «Non ci sono ingiunzioni di Vvf o Pubblica incolumità. Decisione autonoma»

L’assessore ha spiegato, per evitare che si alimenti allarmismo tra famiglie e cittadini, che non risulta un provvedimento di interdizione riferito all’edificio scolastico. Ha detto anche che l’ingegnere incaricato dal condominio ha comunicato che l’installazione dei sensori partirà mercoledì 25 febbraio. I sensori, però, non daranno risposte immediate: servirà un arco temporale minimo di circa dieci giorni per raccogliere dati utili

La chiusura della scuola Mario Mazza è stata il primo nodo affrontato in aula, e su questo l’assessore alla Protezione civile Massimo Ferrante ha voluto imprimere subito una linea netta, anche per evitare — ha spiegato — che si alimenti allarmismo tra famiglie e cittadini. La scuola, ha detto in sostanza, non è stata chiusa su disposizione del Comune, né risulta un provvedimento di interdizione riferito all’edificio scolastico da parte della struttura comunale. L’interdizione ha riguardato le aree limitrofe, mentre la decisione di sospendere l’attività è stata ricondotta a una scelta autonoma del dirigente scolastico, nel quadro dell’autonomia dell’istituto. Ferrante ha insistito su un passaggio: non risultano sopralluoghi tecnici disposti per accertare danni statici alla scuola in relazione al crollo di via Napoli e, per come è collocato l’immobile, ha sottolineato che le maggiori preoccupazioni riguardano ciò che sta sotto il fabbricato interessato dal cedimento e non ciò che si trova più a monte.

La discussione in Consiglio comunale è partita da due interrogazioni presentate da Vincenzo Falcone di Orgoglio Genova e da Marco Mesmaeker del Movimento 5 Stelle (M5S), entrambe concentrate sul crollo del muraglione di contenimento avvenuto tra la notte del 18 e 19 febbraio in via Napoli, al Lagaccio, con evacuazione di numerosi residenti. I due interventi hanno avuto accenti diversi, ma una preoccupazione comune: capire cosa sia accaduto, chi debba intervenire, con quali tempi e con quale strategia, tenendo insieme la gestione dell’emergenza e la prevenzione su scala cittadina.

Nel suo intervento, Vincenzo Falcone ha impostato l’interrogazione su una scala di priorità molto chiara, mettendo al primo posto la sicurezza, poi l’informazione ai cittadini, quindi la cura e la vigilanza del contesto coinvolto. Il consigliere di Orgoglio Genova ha chiesto di chiarire quanta parte della vicenda ricada sul pubblico e quanta sul privato, chiedendo una ricostruzione delle cause del crollo nei limiti delle informazioni già disponibili e un accertamento sulla natura privata della proprietà e sulle eventuali responsabilità manutentive del manufatto. Falcone ha poi spinto su un altro versante, quello delle misure già adottate e dei prossimi provvedimenti del Comune per la messa in sicurezza strutturale dell’area, fino ad arrivare al tema più sentito da famiglie e quartiere: i tempi per la verifica dell’agibilità della scuola Mario Mazza, richiamando esplicitamente il bisogno di rassicurare non solo gli sfollati ma l’intera cittadinanza.

L’interrogazione di Marco Mesmaeker, consigliere del Movimento 5 Stelle (M5S), ha allargato ulteriormente il perimetro del ragionamento. Pur partendo dal caso specifico del civico 72 di via Napoli e dal dato dei 52 sfollati, Mesmaeker ha inserito l’episodio dentro una fragilità più ampia del Lagaccio e di altre zone collinari della città, citando anche Oregina e altri contesti che, a suo giudizio, convivono da anni con criticità idrogeologiche e strutturali. Il consigliere ha ricordato il lavoro dei consiglieri municipali sul territorio e ha richiamato un ordine del giorno presentato dal M5S in sede di bilancio, con cui era stata chiesta una mappatura puntuale dei muraglioni e delle scarpate cittadine, con un’attenzione particolare proprio a Lagaccio e Oregina. Nel suo ragionamento sono entrati anche altri episodi recenti, tra cui il caso di Castelletto e la situazione di via dei Cinque Santi, per sostenere che non si è di fronte a una sommatoria di emergenze isolate ma a un problema diffuso e sistemico che richiede un approccio strutturale. In questo quadro, Mesmaeker ha chiesto all’amministrazione non solo come intenda affrontare l’urgenza di via Napoli, ma anche quale strategia abbia per il futuro.

La risposta di Massimo Ferrante è stata lunga, articolata e fortemente politica oltre che tecnica. L’assessore ha esordito inquadrando gli ultimi giorni come una settimana segnata da due eventi simili, anche se maturati in contesti diversi: quello di via Napoli e quello in prossimità di via Caffaro. Due cedimenti che, nella lettura dell’assessore, parlano alla città di uno stesso problema di fondo. Da un lato, ha ricordato, ci sono muri realizzati nel dopoguerra, tra fine anni Cinquanta e primi anni Sessanta del Novecento, nel pieno di una stagione edilizia che ha definito segnata da forte espansione e da modalità costruttive spesso ottimistiche; dall’altro ci sono manufatti più antichi, riconducibili allo sviluppo urbano di fine Ottocento nell’area del cosiddetto tridente del Barabino. Ma al di là delle differenze storiche e costruttive, per Ferrante il punto dirimente è uno: la carenza di manutenzione.

Su questo passaggio l’assessore ha insistito molto, quasi a voler spostare il baricentro del dibattito dal solo episodio di cronaca a un tema strutturale nazionale. Il Comune, ha detto, non può sostituirsi ai privati nella manutenzione delle proprietà private, ma può e deve lavorare perché esistano strumenti, norme e condizioni per favorire una manutenzione corretta. Ferrante ha richiamato il tema degli incentivi pubblici, osservando che negli anni si è spinto molto su misure per il recupero energetico e per il rifacimento delle facciate, mentre sarebbe necessario rafforzare strumenti dedicati al consolidamento degli edifici e delle loro strutture portanti, specie nei territori fragili. Nel suo ragionamento Genova viene collocata dentro una vulnerabilità tripla: per il modo in cui è stata costruita nel tempo, per la fragilità della costa e per la conformazione idrografica e geomorfologica, con una città cresciuta su rii e torrenti e quindi esposta su più fronti.

Venendo al caso specifico di via Napoli, Ferrante ha chiarito che l’area interessata dal crollo — in particolare la rampa e gli accessi ai box — ricade in ambito totalmente privato. Ed è proprio questo, ha spiegato, il perimetro entro cui si muove la fase attuale: il Comune, la protezione civile e la pubblica incolumità sono costantemente presenti sul posto, ma la rimozione dell’interdizione non dipende da una scelta discrezionale dell’amministrazione. L’assessore ha tenuto a spiegare un punto procedurale spesso poco conosciuto: quando vigili del fuoco e tecnici della pubblica incolumità dispongono un’interdizione per ragioni di sicurezza, quella misura può essere revocata solo in presenza di una relazione tecnica che dimostri il venir meno del pericolo. A quel punto, e solo a quel punto, si può adottare un’ordinanza di revoca. In altre parole, né il sindaco né l’assessore possono «decidere» il rientro degli sfollati in assenza di un riscontro tecnico.

Il passaggio più concreto e atteso della risposta è arrivato sul tema dei sensori, che in aula e fuori dall’aula è diventato il riferimento per capire i possibili tempi della crisi. Ferrante ha riferito che l’ingegnere incaricato dal condominio, già investito della questione anche prima del crollo perché nel supercondominio erano emersi segnali e crepe tali da portare la vicenda all’attenzione delle assemblee condominiali, ha comunicato al Comune che mercoledì 25 febbraio inizierà l’installazione dei sensori sul palazzo. L’assessore ha però messo in guardia da aspettative irrealistiche: i sensori non producono una risposta istantanea, perché per avere dati attendibili serve una finestra di osservazione. La stima indicata in aula è di almeno una decina di giorni come arco minimo per ottenere risultanze utili. È questo, dunque, il punto che oggi orienta la tempistica: non una data politica per il rientro, ma i tempi tecnici necessari a monitorare l’edificio e a produrre una relazione capace di certificare se il rischio sia cessato oppure no.

Nella parte finale della risposta, Ferrante ha sostanzialmente ricondotto tutte le altre domande a questa cornice: la priorità è la sicurezza pubblica, ma la gestione dell’emergenza su beni privati resta ancorata a procedure tecniche e responsabilità private, con il Comune in una funzione di presidio, coordinamento e vigilanza. È un’impostazione che, da un lato, prova a delimitare con precisione le competenze dell’amministrazione; dall’altro, lascia aperta la questione politica sollevata in aula dalle opposizioni — e non solo — su come affrontare in modo sistemico la fragilità dei muraglioni e delle scarpate cittadine.

Il confronto in Consiglio, insomma, ha prodotto un primo chiarimento importante sulla scuola Mario Mazza, sgombrando il campo dall’idea di una chiusura imposta dal Comune per problemi statici accertati, e ha fissato un passaggio tecnico decisivo per via Napoli, cioè l’avvio del monitoraggio con sensori da mercoledì 25 febbraio. Ma ha anche mostrato, in controluce, che il caso del Lagaccio rischia di diventare il simbolo di un nodo più grande: quello di una città fragile che chiede manutenzione, programmazione e una mappatura seria dei punti critici, oltre la logica dell’emergenza.


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